Franco Vaccari: fotografia e comportamento

«Mi trovavo nello scantinato del condominio e avevo con me una Polaroid. C’era una luce strana, diffusa dai vetri smerigliati, che investiva una donna mentre cercava di sollevare alcune bottiglie di acqua minerale e così ho scattato una foto. Abbiamo attaccato discorso. Non l’avevo mai vista prima d’allora.

È rimasta prima sorpresa e poi interessata alle fotografie che continuavo a farle. Adesso se volessi ripeterle identiche saremmo costretti tutti e due a far finta di non conoscerci.

[…] A volte le macchine fotografiche alterano talmente le situazioni in cui vengono adoperate da rendere praticamente impossibile ripristinare le condizioni iniziali»

Franco Vaccari

Qualche tempo fa mi è capitato di fare l’ennesima videoconferenza del periodo (post?)Covid-19 e – mentre pensavo a come posizionare le cianfrusaglie alle mie spalle per non fare una brutta impressione – mi è tornato in mente di quando all’università mi hanno raccontato di Franco Vaccari che nel ’72 prende una macchina fotografica, la mette in una sala della Biennale di Venezia e osserva come il pubblico si rapporta con la stessa.

Ormai siamo abituati a vivere in un mondo in cui quasi tutto è mediato da un obiettivo, uno schermo o spesso entrambe le cose. Siamo abituati ad interagire con la tecnologia al punto da non accorgerci quasi più che sta sempre lì anche lei. Allo stesso tempo c’è qualcuno (eccomi!) che questa interazione invece ha il compito di studiarla e progettarla e magari renderla il meno evidente possibile (reducing friction in gergo).

Molti dei lavori di Franco Vaccari (fotografo, artista, teorico) ruotano proprio attorno al rapporto dell’uomo con il mezzo tecnologico e a come questo rapporto ci porta a cambiare – inconsciamente? – i nostri comportamenti.
Per l’università avevo scritto un breve articolo sul tema, lo riporto qui.

Esposizione in tempo reale n. 1 maschere
Franco Vaccari, Esposizione in tempo reale n.1: maschere, Galleria Civica, Varese, 1969

Fotografia e comportamento

Posizionare una macchina fotografica e scattare una fotografia non è un fatto passivo: il solo avere un obiettivo che ci osserva cambia i nostri comportamenti e ne scatena di nuovi.
Proprio su questo assunto si basano le sperimentazioni di Franco Vaccari che pone la questione del rapporto tra fotografo, macchina e soggetto fotografato al centro dei suoi scritti teorici sull’inconscio tecnologico e della sua serie di esposizioni in tempo reale.

In un contesto come quello che si ha nella seconda metà degli anni ’60 in cui le più varie correnti artistiche e filosofiche indagano sui limiti delle forme tradizionali di pittura e scultura e sulle nuove possibilità offerte dalla tecnologia, Vaccari si propone di usare la fotografia come “azione e non come contemplazione” giungendo a “una negazione dello spazio ottico a favore dello spazio delle relazioni.”

“Mi interessa sparire come autore per assumere il ruolo di ‘innescatore’ e regista di processi. […] Le mie operazioni risultano indissolubilmente legate all’occasione che le ha determinate e incidono sull’occasione stessa e di tale occasione saranno in seguito irripetibile testimonianza. In altre parole sono interessato alla riscoperta del rischio, inteso come rifiuto di ogni garanzia aprioristica.”

Franco Vaccari, scritti per l’esposizione in tempo reale n.1: Maschere, Galleria Civica, Varese, 1969

Le esposizioni in tempo reale

Le opere di Vaccari sono quindi sempre in divenire; volutamente tenute fuori dal controllo diretto dell’artista che si limita a innescare e documentare un evento lasciando che sia il contesto ad indirizzarne l’esito. Il fine è portare la fotografia stessa ad indicare qualcosa del reale che nemmeno l’autore conosceva.

Le prime tre esposizioni in tempo reale sono infatti spesso incentrate proprio su una sorta di dialogo che si viene a creare tra l’evento e la documentazione dello stesso: nella seconda, svoltasi nel 1971 presso la Galleria 2000 a Bologna, e intitolata “viaggio + rito” Vaccari era accompagnato nel suo viaggio in treno verso la mostra da due fotografi che scattavano delle polaroid.

Arrivati in galleria, le foto sono state appese alle pareti dall’artista, mentre i due fotografi continuavano nel loro lavoro incorporando nell’opera la costruzione dell’opera stessa e il pubblico che era arrivato per osservarla.

Nel 1972, per la XXXVI Biennale di Venezia che verteva proprio sul tema Opera o comportamento, Vaccari sottolinea ulteriormente la valenza della macchina fotografica come generatrice di comportamenti consentendo direttamente al pubblico di scattare delle foto tramite una photomatic.

L’opera consisteva in una stanza dalle pareti completamente bianche in cui si trovavano una macchina photomatic e la scritta in quattro lingue “Lascia una traccia fotografica del tuo passaggio”.
Vaccari innescò l’evento scattandosi il primo ritratto e appendendolo alla parete ma successivamente si limitò ad osservare e documentare l’evento confondendosi tra il pubblico.

Rimuovendo se stesso dall’opera consentì al pubblico (che accettava di divenire parte dell’evento pagando per poter utilizzare la photomatic) di essere più libero nel proprio rapporto con la macchina fotografica.

Schema funzionamento Esposizione in tempo reale n.4
Schema di funzionamento dell’esposizione in tempo reale n.4: Lascia una traccia fotografica del tuo passaggio, XXXVI Biennale di Venezia, 1972

Era il pubblico che poteva scegliere in totale autonomia che posa assumere, che personaggio essere, che comportamento tenere, ma anche a determinare, attraverso la sequenza dei quattro scatti e il posizionamento della foto sulla parete, che cosa raccontare, facendo diventare quella che nella quotidianità è una foto che ha il solo scopo di essere una riproduzione di un volto per un documento, una sorta di ready-made artistico.
L’evento scatenò una reazione che andò al di fuori dell’ambiente artistico della Biennale quando un’azienda produttrice di photomatic mise a disposizione dell’artista oltre mille cabine per raccogliere ulteriori fotografie che finiranno nel libro “Photomatic d’Italia”.

È proprio questa reazione/feedback (o “contro reazione” come viene definita dall’artista) data alla presenza e attraverso l’utilizzo della macchina fotografica a caratterizzare la struttura delle opere di Vaccari che, a differenza degli “happening”, non hanno un andamento lineare, ma vogliono innescare una continua revisione e modifica dello svolgimento dell’evento.

Autore:

Francesco D'Agostino
Francesco D'Agostino
Digital Designer di Torino. Realizzo interfacce e grafiche per siti web. Amo la tecnologia, i fumetti e la sintesi.

Condividi:

Condividi su facebook
Condividi su linkedin
Condividi su pocket
Condividi su telegram
Condividi su whatsapp

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *